> MILANO, SCONSIGLIATO ACCESSO DONAZIONE SANGUE AI GAY

30.03.09
Vi racconto un’incredibile esperienza che ho vissuto oggi nella mia città.
Da qualche tempo maturavo il desiderio di cominciare a donare il sangue, come molti miei amici e amiche.
Pertanto questa mattina mi sono recato di buon’ora al policlinico di milano in via francesco sforza per la mia prima donazione.
Superata la prova della glicemia, risultata soddisfacente, sono stato sottoposto alla visita, o meglio, al colloquio, che precede la prima donazione.
Interrogato dalla dottoressa ho spiegato, come è vero, che non ho mai subito operazioni, che non ho mai avuto malattie infettive, che i miei valori ematici sono storicamente nella norma, che pratico molta attività all’aria aperta, tra cui lunghi viaggi in bicicletta: insomma spiegavo al medico che sono sano come un pesce, e fortemente motivato a fare del bene ad altri donando sangue.
Fino a qui tutto bene, insomma.
Fino al momento in cui la dottoressa mi chiede con chi vivo.
Io, serenamente le rispondo che vivo col mio compagno, con cui ho un rapporto monogamico (chiuso ad altri incontri sessuali, per intendersi) da 8 anni.
Ritenevo che la stabilità della mia relazione amorosa potesse essere considerato un ulteriore elemento positivo volto a sostenere l’affidabilità della mia donazione.
Viceversa la dottoressa mi sorride e mi comunica che sono un “soggetto a rischio”, che i miei rapporti intimi sono “tipicamente rischiosi”, e che avrei dovuto immaginare, leggendo le regole d’accesso alla donazione, che non sarei stato idoneo.
Sbalordito ed umiliato le dico che lei non sa nulla di quale natura siano i miei rapporti intimi, e quale ne sia la rischiosità.
Aggiungo inoltre, cercando di portare lei, e la sua superiore, la dottoressa petrini, sul piano di realtà, che ciò che loro sanno dei donatori è ciò che essi dicono: pertanto prima e dopo di me, molte persone omosessuali, o anche molte persone eterosessuali dalla vita intima “movimentata”( magari segretamente movimentata anche alla propria moglie), non devono far altro che mentire sulla propria realtà, avendo quindi diretto e sereno accesso alla donazione del sangue; soggetti quindi forse molto più “rischiosi” di me.
La prima dottoressa mi dice che lei non può riconoscere gli omosessuali, in quanto non tutti hanno il fiocchetto rosso (che io so, ma lei non sa, essere simbolo anni ’80-’90 della lotta all’aids, e non un simbolo di identificazione dei gay): io trasecolo! Io che non ho mai militato attivamente nel movimento gay, mi sento letteralmente invaso, violentato da cotanta ignoranza, dalla sicurezza da “maggioranza silenziosa” con cui i due medici (?) mi comunicano i loro pregiudizi, le loro bestialità.
Chiedo se esiste una legge che le obblighi ad interdirmi l’accesso alla donazione: beh, no di certo ! si tratta di un loro “protocollo interno rivolto alla salvaguardia della salute dei pazienti che avranno bisogno di sangue”; io aggiungo, più serenamente che posso, che il loro “protocollo” non è altro che un’abominevole norma autarchica e anticostituzionale rivolta a discriminare i cittadini sani e sinceri come me, un abuso.
La dottoressa petrini allora mi mostra delle fotocopie che riprodurrebbero degli studi (del 2005) americani, ovviamente scritti in inglese, i quali sconsiglierebbero l’accesso alla donazione del sangue agli uomini gay.
Me ne esco, di fatto cacciato dall’ambulatorio (pubblico e non privato/confessionale, credo !) tra due ali di aspiranti donatori di sangue che mi auguro, per la salute dei pazienti che verranno trasfusi col loro sangue, e per la civiltà di questo nostro povero paese, siano sinceri e coraggiosi come me.

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