I suoi figli volevano solo fare le stesse cose degli altri ragazzi della loro età in una qualsiasi città italiana. E lei, che italiana lo è per nascita, voleva salvare loro e se stessa da un matrimonio sbagliato. Non voleva arrendersi alle parole che suo marito le aveva detto una volta, mentre con un piede le schiacciava il viso. «Il marito deve essere come un profeta per la moglie». È una storia lunga quasi vent’anni, una storia di minacce, botte, pugni in faccia, veli imposti, scuole arabe imposte, segregazioni, umiliazioni che raccoglie in sé tutti quegli aspetti alla base della fine di tanti matrimoni tra coppie miste. Dove lui, in questo caso, è un egiziano, padroncino in una ditta di trasporti. E lei è una donna milanese che si innamora, si converte alla fede islamica, si sposa in viale Jenner, nel 1991 e diventa madre di sei figli.
Con loro, ora, è in una struttura protetta, per sfuggire a quel marito violento, a quel padre padrone che il giudice per l’udienza preliminare Guido Salvini ha da poco rinviato a giudizio con l’a ccusa di maltrattamenti. Se non l’ha fatto prima — lasciare il marito, denunciarlo — è perché lui ha sempre minacciato di portarle via i figli, di ucciderla. «Io ho molta paura di mio padre — dirà una delle sue figlie — , credo sia davvero capace di ammazzare la mamma».
Le deposizioni della donna e delle sue due figlie più grandi, che hanno 17 e 15 anni, raccontano cos’è la paura. Il padre, poco dopo il matrimonio diventa violento, aggressivo. Ogni motivo è buono. Mentre è incinta della prima figlia, la donna subisce pugni, schiaffi, morsi sulla pancia. Non può frequentare italiani, ma solo le mogli di altri egiziani. A sua sorella che le chiede conto dei lividi, risponde con un sorriso: «Sono caduta», per non sentirsi rinfacciare l’ovvio «te l’avevo detto».
Arrivano i figli e anche per loro arrivano gli schiaffi e le imposizioni. A undici anni il padre impone il velo alla primogenita, lei si ribella, viene costretta a forza di schiaffi. Tutti devono frequentare solo la scuola araba di via Quaranta. «Gli insegnanti ci picchiavano con dei bastoncini, noi volevamo andare alla scuola italiana normale — diranno al pm Isidoro Palma — , ma ogni decisione la prendeva lui». La situazione precipita nel 2004. Basta che la moglie dia una risposta di troppo, che una figlia saluti un amico italiano e partono le botte, le pesantissime offese. Così decide di mandare l’intera famiglia in Egitto, a suo fratello dà il potere di prendere ogni decisione su di loro.
Il cognato, per tre anni, diventa un nuovo padrone. Li chiude in casa, picchia le ragazze se parlano con qualcuno, insulta la madre. E quando il marito arriva, due volte l’anno, ricominciano anche le botte. Fino a quando l’uomo, per telefono, annuncia a sua moglie: «Venerdì torno in Egitto e ti sgozzo». La donna telefona a sua sorella, a Milano, le racconta tutta la verità, le chiede aiuto. Un giorno sfugge al controllo del cognato e con i figli, senz’altro che i vestiti che hanno addosso, va in aeroporto: sua sorella le ha pagato i biglietti per la fuga, li nasconde per qualche giorno finché il Comune non trova una sistemazione, finalmente, si spera, al sicuro.
(15 aprile 2009)